Una “famiglia” mafiosa può essere ricca sino al punto che il pizzo e la sua raccolta si riducono a una parte marginale sull’insieme degli affari;  il pizzo può non essere, quindi, l’attività fondamentale e prevalente di una certa famiglia in un certo periodo; ma niente conferisce prestigio, autorevolezza e sicurezza quanto il pizzo.

Il pizzo è pratica antica e costante perché risolve il problema che tutte le attività economiche, comprese quelle inquinate dalla criminalità, hanno: l’accumulazione originaria necessaria per avviare gli affari.

Una volta i soldi del racket servivano alla mafia per intraprendere altre attività criminali, per investire in droga, armi, contrabbando. Negli ultimi anni, invece, il ricavato del pizzo oltre a finanziare le spese legali dei boss detenuti è destinato sempre più spesso in  attività legali e l’estortore diventa anche imprenditore.

Una recente ricerca della Fondazione Chinnici ha stimato a non meno di un miliardo di euro, che corrispondono ad oltre 1,3 punti di percentuali del P.I.L. regionale 2006, il costo apparente annuo delle sole estorsioni. Si tratta di una cifra probabilmente sottostimata e parziale in quanto limitata al solo valore sottratto in denaro alle imprese.

Le forme in cui si manifestano le pratiche estorsive non consistono solo nel pagamento di somme di denaro ma possono anche concretizzarsi in sottrazioni di merce, compiacenti fatturazioni per operazioni inesistenti, nell’imposizione dell’acquisto di forniture, nell’imposizione dell’acquisto di prodotti o servizi, nell’assunzione di manodopera, nell’imposizione di servizi di vigilanza veri o fittizi (c.d. guardiania) nella delimitazione, sia territoriale che merceologica, dell’attività economica, fino ad arrivare all’imposizione della compartecipazione societaria, cui segue l’impossessamento dell’impresa da parte di Cosa Nostra.

Attraverso questi strumenti il sistema dell’illegalità acquisisce il controllo di specifiche aree del mercato con effetti disastrosi sulle regole della concorrenza e della libera iniziativa economica. L’impresa che può definirsi mafiosa gode di vantaggi differenziali indebiti che realizzano una soppressione delle regole del libero mercato, costituiti soprattutto da: creazione di vere situazioni di monopolio locale (in particolare nella realizzazione di opere edilizie, nell’aggiudicazione di appalti, nell’esecuzione di contratti di subappalto, di fornitura, ecc..); assenza di conflittualità sindacale all’interno delle aziende; utilizzazione di risorse finanziarie di provenienza illecita e quindi a costo zero; frequente attenuazione, sotto forma di sconti, delle imposizioni estorsive; costante violazione delle norme contrattuali, previdenziali ed antinfortunistiche a tutela dei lavoratori.

Uno degli strumenti più efficaci adottato dalla mafia per entrare nella gestione degli appalti è quello della imposizione dei subappalti: si impone, così, alle imprese appaltatrici di grossi lavori pubblici la presenza di piccole imprese operanti nel settore degli scavi, del trasporto di materiale, della fornitura di calcestruzzo, del materiale di cava e degli asfalti; frequentemente viene usato l’espediente dei noli a freddo, cioè il contratto di noleggio, con contestuale assunzione degli operai specializzati, da parte dell’impresa aggiudicataria della grande opera pubblica, di costosi macchinari (pale meccaniche, gru, betoniere, impianti di calcestruzzo, ecc.) forniti da imprese locali mafiose o contigue, realizzando nei fatti un nolo a caldo in evidente elusione dei controlli antimafia.

L’imposizione di tali pratiche ha penalizzato le imprese sane che hanno finito o con il soccombere economicamente fino al fallimento o con l’accettare l’assorbimento nel cartello delle imprese legate alla criminalità.